In un post su Facebook del 26 giugno, il sindaco Daniele Natalia ribadisce con convinzione quanto da lui già affermato, riguardo al SIN, nell’incontro pubblico del 24 giugno presso la Sala della Ragione. 

Queste le parole del sindaco della città di Anagni:

“Il dibattito sull’inquinamento nella Valle del Sacco nel corso degli anni ha messo in luce molte verità, ma è innegabile che in certi casi sia stato anche alimentato da grandi bugie. Le analisi delle caratterizzazioni effettuate in questi ultimi anni, e condivise con ARPA, hanno dimostrato che non tutti i terreni a valle sono inquinati come si vorrebbe far credere, tema sul quale anche la politica ha colpevolmente marciato fin dalla perimetrazione SIN del 2017. Spiego con semplicità ma è quello che è accaduto: se dalle analisi di più terreni non vi è stato ritrovato l’elemento inquinante, si presume che altri terreni compresi tra questi appezzamenti caratterizzati abbiano le stesse caratteristiche, a meno di non voler accettare il concetto che i derivati del “lindano” presenti nel fiume Sacco e sui terreni interessati da esondazioni o irrigazioni (a volte vietate), siano “volati” e caduti su altri appezzamenti. Questo valga per il fattore principale di inquinamento che ha stimolato allora una perimetrazione che è arrivata a circa 5 chilometri dal fiume Sacco. Sarebbe opportuno “deperimetrare” il SIN man mano che le analisi confermano la mancanza di elementi inquinanti. Questi concetti l’ho spiegati in Consiglio Comunale e sono incontrovertibili.  Grande attenzione ma non demonizzazione della Valle del Sacco!”

Avendo vissuto in prima persona il complesso percorso che ha portato alla attuale perimetrazione del SIN, abbiamo memoria di quanto accaduto e ci sentiamo in dovere di portare all’attenzione dell’opinione pubblica quale ne sia stato l’iter. 

siti di interesse nazionale, o SIN, sono stati definiti dal decreto legislativo 22/97 (decreto Ronchi) e rappresentano delle aree contaminate molto estese classificate come pericolose dallo Stato Italiano e che necessitano di interventi di bonifica del suolo, del sottosuolo e/o delle acque superficiali e sotterranee per evitare danni ambientali e sanitari. In riferimento alla normativa attuale in materia di tutela ambientale, i siti d’interesse nazionale, ai fini della bonifica, sono individuabili in relazione alle caratteristiche del sito, alle quantità e pericolosità degli inquinanti presenti, al rilievo dell’impatto sull’ambiente circostante in termini di rischio sanitario ed ecologico, nonché di pregiudizio per i beni culturali ed ambientali. (Art. 252, comma 1 del D.Lgs. 152/06 e ss.mm.ii.).

Il SIN “Bacino del fiume Sacco” interessa una porzione della Valle del Sacco, essenzialmente limitrofa al corso del fiume.  

L’attuale perimetrazione del SIN tiene conto principalmente dell’inquinamento da beta-esaclorocicloesano nel fiume, nelle aree ripariali di esondazione e nel ciclo alimentare connesso ai foraggi ivi coltivati, perché la problematica dell’inquinamento è emersa con forza nel 2005 quando furono riscontrati di livelli di beta-esaclorocicloesano (β-HCH) molte volte superiori ai limiti di legge in campioni di latte vaccino e ovino crudo e sui foraggi prelevati in alcune aziende agricole della zona. Questo fatto determinò la definizione di stato di emergenza socio-sanitaria, con l’emissione del DPCM del 19 maggio 2005, e l’interdizione all’uso agricolo e zootecnico e allo spostamento terra delle zone adiacenti al corso del Fiume Sacco di nove comuni, tre in provincia di Roma (Colleferro, Segni, Gavignano) e sei in provincia di Frosinone (Paliano, Anagni, Sgurgola, Ferentino, Morolo e Supino). 

Il β -HCH, è un composto chimico organo-clorurato, che risultava come sottoprodotto della lavorazione del Lindano, un insetticida prodotto negli stabilimenti Caffaro di Colleferro e diffusamente utilizzato in agricoltura fino agli anni settanta. Il Lindano è fuori produzione e dal 2001 ed è stato messo definitivamente al bando in Italia e in altri cinquanta paesi. Gli scarti di produzione del Lindano venivano smaltiti mediante interramento in fusti metallici in depositi a ridosso del fiume. La degradazione dei contenitori e le inondazioni dovute alle piene del fiume hanno trasportato il β-HCH nel fiume e nei terreni delle aree ripariali, da qui è passato ai foraggi e agli animali che se ne sono nutriti, entrando nella catena alimentare. Il β-HCH non è degradabile: persiste nel letto del fiume e si bioaccumula nei tessuti organici di persone ed animali.

Il SIN tiene conto anche dell’inquinamento storico diffuso nelle aree industriali. Le sostanze che inquinano i terreni del SIN sono diverse per natura chimica perché sono originate dai diversi processi produttivi delle attività industriali. Il ritrovamento di contaminanti nei suoli in passato ha determinato le amministrazioni ad emanare ordinanze specifiche, ad esempio, ad Anagni, il divieto di coltivazione e allevamento nei terreni limitrofi alla Marangoni, a causa del ritrovamento di Diossina oltre i limiti, emesso nel 2009 ed ancora vigente.

La perimetrazione del SIN è stata frutto di un percorso più che decennale: dalla dichiarazione dello stato di emergenza ambientale del 2005 si è arrivati alla definizione di SIN solo a fine 2016. Ripercorriamone brevemente le tappe: 

  • 19/05/2005: dichiarazione stato di emergenza socio sanitaria ed emissione D.P.C.M.
  • 10/06/2005: nomina del commissario per l’emergenza che riguardava Colleferro e le aree ripariali del fiume
  • 02/12/2005: istituzione del SIN “Valle del Sacco” (L. 2 dicembre 2005 n. 248) riguardante l’area oggetto di emergenza socio-economico-ambientale dei nove comuni oggetto del D.P.C.M. del 19/05/2005. Comprendeva l’area industriale di Colleferro e la fascia agricola a ridosso del corso del fiume tra Colleferro e Supino, di responsabilità dell’ufficio commissariale. 
  • 31/01/2008: Definizione di un nuovo SIN denominato “Bacino del Fiume Sacco”, definito dal D.M. 31 gennaio 2008 n. 4352. Comprendeva tutti i comuni del bacino idrografico del Sacco tranne i nove comuni oggetto dello stato di emergenza. 
  • 29/10/2010: Successivamente, con il rinnovo dello stato d’emergenza in data 31 ottobre 2010, la competenza dell’Ufficio commissariale è stata estesa alle aree agricole riparali comprese tra Frosinone e Falvaterra (confluenza del fiume Sacco con il fiume Liri).
  • Gennaio 2013: il SIN è stato declassato a competenza regionale. Legambiente ricorre al TAR contro il declassamento dei Siti Nazionali di Bonifica “Valle del Sacco” e “Provincia di Frosinone”, comprendente 122 discariche dismesse dislocate in 89 Comuni e combaciante per alcuni punti con il SIN “Bacino del Fiume Sacco”. Per la gravità dell’inquinamento ambientale, per la piena rispondenza dei siti ai criteri indicati per individuare un Sito di Interesse Nazionale e per le modalità con cui la legge 07 agosto 2012 n. 134 ha modificato tali principi, il TAR ha accolto il ricorso. La sentenza del TAR Lazio n. 7586/2014 del 17.07.2014 ha determinato il reinserimento dell’area del territorio del Bacino del Fiume Sacco tra i Siti di Interesse Nazionale.
  • 06/03/2015: La Regione Lazio convoca un tavolo tecnico per la riperimetrazione del SIN al quale sono stati invitati tutti i soggetti portatori di interesse. Legambiente ha partecipato al tavolo tecnico in coordinamento con altre associazioni, presentando un documento unitario nel quale si richiedeva di inquadrare l’emergenza ambientale in una visione strategica del territorio, complessiva e condivisa con i cittadini. I Comuni interessati hanno evidenziato le criticità ambientali presenti nei rispettivi territori, nel corso di più sedute di Conferenza di Servizi. Tutti i dati sono pubblici e consultabili sul sito del Ministero: https://www.mite.gov.it/bonifiche/conferenze-dei-servizi/293
  • 07/11/2016 nasce il Sin Bacino del Fiume Sacco. La conferenza di servizi decisoria stabilisce il perimetro del SIN, ufficializzato con il Decreto MATTM n. 321 del 21/11/2016. 
  • 07/03/2019: firma dell’accordo di programma tra il Ministero per l’Ambiente e la Regione Lazio. Si stabiliscono il cronoprogramma delle attività e i relativi fondi. si definisce la Regione Lazio come RUA (responsabile unico dell’attuazione). Sono stati stanziati circa 53 milioni di euro per i primi interventi che dovranno essere ultimati entro la fine del 2023.

Il SIN “Bacino del Fiume Sacco”, dunque, si estende per circa 7000 ettari fra le province di Roma e Frosinone lungo il percorso del Sacco, comprende tre importanti agglomerati industriali (Anagni, Frosinone, Ceprano) e include 19 siti industriali a rischio di incidente rilevante secondo la c.d. legge “Seveso”, 7 dei quali si trovano nel territorio di Anagni.

SIN Bacino del Fiume Sacco, DM n. 321 del 21/11/2016

Il principio di precauzione e le informazioni disponibili hanno ridotto al minimo l’area inserita nel SIN, ciò nonostante è uno dei più grandi d’Italia, forse il più complesso per varietà dei fenomeni di contaminazione. Non si può parlare, quindi, di criticità dovute ad un solo “elemento inquinante”. La struttura del SIN non è cristallizzata all’estensione definita nel 2016, sono previste fasi di dinamiche di caratterizzazione, più accurate dove si trovano tracce di inquinanti, sino alla progettazione ed alla esecuzione delle operazioni di bonifica. 

Quanto sopra è una cronaca sintetica di quanto successo nei passati 16 anni. Crediamo che, dalla complessità di quanto esposto, risulti evidente come il risanamento delle criticità ambientali della Valle del Sacco sia un percorso complesso, fatto di decisioni politiche, di gestioni amministrative, di risorse economiche e di soluzioni tecniche praticabili. Non si può risolvere con una battuta o con una definizione semplicistica. Paghiamo tutti lo scotto di anni di ritardi nelle operazioni di bonifica per la colpevole assenza di una opportuna pianificazione dello sviluppo del territorio, attesa da decenni. In tale carenza di pianificazione e di visione complessiva di sviluppo sostenibile, la Valle del Sacco, anche quella parte compresa all’interno del Sito di Interesse Nazionale per la bonifica, è facile preda di operazioni industriali che, lungi dal servire al territorio, possono contribuire ad aumentarne le criticità ambientali. Su questo sarebbe auspicabile “grande attenzione” da parte delle amministrazioni.